Vannacci tua
Su Il Tempo - 09/06/2026
C’è una nuova disciplina ginnica della coscienza sedicente progressista, quasi altrettanto velleitaria ma meno faticosa della costruzione di una coalizione alternativa e di un programma dotato di qualsivoglia contenuto potabile: spiegare a Meloni cosa debba fare e non fare con Vannacci e perché in ogni caso sarà la sua rovina. Sognare la riscossa evocando l’incubo, il passo dell’oca e le aquile imperiali: è la postura preferita dai buoni e giusti, di questi tempi. È il rito propizio per rimettere in moto il carrozzone dell’antifascismo performativo e pre-formativo, la speranza nera a cui aggrapparsi per illudersi che la destra inciampi, perda e finisca naturalmente appesa a testa in giù.
La sinistra, incapace di costruire uno schieramento decente per sé, si affanna nel sabotaggio di quello avverso. Nessuna linea comune propria, ma su Vannacci, sulla maggioranza e sulla dannazione finale le idee di politici, giornali e salotti virtuosi sono adamantine. Il processo, con sentenza ovviamente già scritta, è partito: usare il generale per tentare di affossare Meloni. Se Meloni imbarca Vannacci, ecco la prova: la destra è eversiva, il governo si consegna agli estremisti, la premier getta la maschera. Se non lo imbarca, ecco l’altra prova: la destra è comunque ostaggio dei «nostalgici». È un congegno non falsificabile. L’accusa precede i fatti, li forza, li trucca. La colpa sorge prima della scelta e ogni scelta diventa conferma della colpa, con denuncia a media unificati.
Vannacci, d’altra parte, è quasi perfetto per il ruolo che gli avversari vorrebbero cucirgli addosso. Materiale buono per riportare in tournée la messinscena dell’onda nera. Dopo anni di fascismo evocato in assenza di fascismo, ecco una sagoma fresca di mimetica per poter gridare: «Visto?». Ma schiamazzavano già, e continuerebbero anche senza di lui. Prima c’erano la fiamma, il Msi, Almirante, CasaPound, Acca Larentia, il 25 aprile, TeleMeloni, il regime immaginario, il trumpismo, la democrazia in pericolo, la sciamana, la genealogia del male eterno. La macchina è già stata spremuta fino all’ultimo bullone, a pieno regime (quello sì, regime). Editoria, televisioni, festival, appelli, podcast, monologhi, copertine, ospitate, commemorazioni trasformate in rieducazione nazionale: hanno già abusato di prediche, anatemi e condanne. Meloni era incompatibile con la democrazia prima del voto, dopo il voto, a ogni nomina, a ogni ricorrenza. Risultato: la destra ha vinto, governa, può vincere e governare ancora. La premier non caschi nel tranello: ha già scontato l’accusa di fascismo e non ne è rimasta scalfita. Non ci credono più nemmeno loro.
Fuori dalla propaganda altrui, tuttavia, resta il merito politico. Vannacci non nasce nel vuoto. Nasce nello spazio che una destra di governo, pur capace di stabilità e durata, ha lasciato parzialmente sguarnito sul terreno dei nervi vivi del proprio elettorato: immigrazione, frontiere, rimpatri, sicurezza, sovranità, Europa, politicamente corretto. Qui Meloni non può eludere la scelta. Può aprire a Vannacci o tenerlo fuori, purché non rinunci a presidiare i temi che danno presa al generale. In entrambi i casi la chiameranno fascista, ma vincerà. Oppure può guardare soltanto al centro e ai moderati: la chiameranno comunque fascista, ma rischierà di perdere, perché quei temi esistono ed esisteranno sempre più. In ogni caso, non scelga mai in base all’allarme antifascista. Suonava ieri, suona oggi, suonerà domani. Ma ormai non è più una sirena. È una pernacchia.



