Statisti interrotti
Su Il Tempo - 26/05/2026
Dunque un processo sull’ex Ilva di Taranto ha cambiato la storia d’Italia. L’ha cambiata nella sua interezza teleologica, non compiutasi perché un procedimento finito in prescrizione ha sottratto alla patria il suo presidente del Consiglio naturale, il punto di riferimento dell’area sedicente progressista che avrebbe guidato Palazzo Chigi, ridisegnato le fortune dell’intero Stivale, illuminato le genti: Nichi Vendola, statista interrotto. Così, almeno, pare sostenere Concita De Gregorio su La Repubblica.
Il processo, secondo Concita, avrebbe infatti amputato la «prospettiva lunga, nazionale, alla guida del centrosinistra e forse del governo» di Vendola, reduce dall’avere fatto della Puglia «una regione all’avanguardia» e dall’aver «cambiato il destino di generazioni di suoi giovani conterranei» a suon di provvidenza amministrativa. Poi, purtroppo, la falce del fato sotto forma di fascicolo ha reciso il grano quasi maturo della leadership dotata anche di martello. L’Italia privata non di un politico accusato: privata del domani. Il processo ha troncato una traiettoria di civiltà, spezzato un incanto, chiuso il portone dell’avvenire mentre Nichi stava per accedervi. L’Italia, ignara dell’età dell’oro incombente, si è lasciata scippare il proprio premier.
Ora Vendola è arrabbiato (e umanamente si può capirlo) per la conclusione della vicenda giudiziaria via prescrizione, alla quale, d’altra parte, non risulta abbia manifestato intenzione di rinunciare, per quanto sicuramente innocente (e umanamente si può capire anche questo, benché logicamente e politicamente ciò possa risultare un po’ enigmatico). Ma in ogni caso, per Concita, l’Italia «ha perso un leader e un futuro possibile, e non è stato un caso». Attenzione. Complotto?
Ora, qui siamo garantisti, per davvero e per tutti, non solo per i compagni, gli amici e gli amici degli amici. Mai potremmo vedere di buon occhio, noi, iter giudiziari interminabili che triturano vite. Però, se davvero per De Gregorio il fatto che Vendola non sia diventato presidente del Consiglio si deve a quel processo, beh, allora la faccenda si complica un po’. Cara Concita, non indurci in tentazione. Vogliamo continuare a dire che tre lustri tra l’avvio di un’inchiesta e la fine di un procedimento sono un’enormità inaccettabile, vogliamo continuare a stare dalla parte del presunto innocente contro ogni malagiustizia reale o percepita, e mai vorremmo plaudere anche solo una volta a un sistema del genere. Ma siamo umani pure noi. Perché se davvero a sottrarre il Paese alla liturgia del vendolismo governante è stato solo quel processo, se davvero un futuro di oracolarità istituzionale e sedicenti progressisti in autocontemplazione è stato evitato al prezzo di un ipotetico ingorgo procedurale, allora la coscienza vacilla.
Cara Concita, non farci questo. Non costringerci a guardare un’eventuale mostruosità giudiziaria e a intravedere, dietro la sua ombra, un disastro politico scampato per la nazione. Sarebbe scellerato, sarebbe imperdonabile, sarebbe – come dire – un tantinello «de sinistra».



