Pecoron* e lupi
Su Il Tempo - 28/05/2026
La paura, vocabolo che apparteneva alla grammatica della sopravvivenza, della prudenza e della saggezza, è stata degradata dall’Occidente terminale a vizio capitale, come se temere ciò che minaccia fosse un riflesso reazionario da correggere con un convegno sull’inclusione e due prediche di chi non rischia nulla se non la pelle altrui. C’è chi ha paura e non dovrebbe averne: un professore a scuola. C’è chi dovrebbe averne almeno un po’, chiamandola magari cautela per non turbare il salotto, e invece non ne ha o finge il contrario: politici e commentatori aperturisti delle porte altrui, per i quali ogni obiezione è odio, ogni perplessità razzismo, ogni richiesta d’incolumità fascismo.
Il risultato è l’empatia autolesionista della società «avanzata», malata con la fierezza dei moribondi che scambiano la febbre per elevazione spirituale. L’empatia, se esercitata su sé stessi fino alla resa, è suicida. Se applicata da un amministratore pubblico, diventa suicida per la civiltà tradita e potenzialmente omicida nei confronti dei cittadini, offerti al sacrificio richiesto dal sedicente progressismo e dai suoi calcoli elettorali e parastatali. È il mondo nuovo: vietato fare domande sui rapporti tra certa visione religiosa e certa politica, e cinghiate ai professori, come a Parma, derubricate a «confronto».
A Otto e Mezzo Bersani stigmatizza il nuovo sindaco di Reggio Calabria, reo di avere agito «arruolando Dio e la Madonna». Bolloli (Libero) osa osservare: «Ma scusi, Bersani, a Venezia volevate arruolare Allah, con i bengalesi nella lista del Pd». Segue lapidazione tv. Bersani, furibondo: «E perché no? Mi dica, perché no? Adesso lei mi dice perché no». Quando la giornalista ricorda che i cittadini quella cosa non l’hanno digerita, ecco la pedagogia democratica: «Non l’hanno digerita? La prossima volta la digeriscono». Se il popolo rigetta, si aumenta la dose. Poi il tribunale morale, Gruber, Formigli: «Insopportabile», «molto razzista», «indecente», «fa schifo», «la destra vince sulle paure».
La paura è sempre colpa di chi la prova, mai di ciò che la genera, mai di chi la ignora o la trasforma in reato. E, per quanto non sarebbe comunque edificante, bisogna augurarsi che anche quella del professore sia paura e non convinzione. Come il collega preso a cinghiate, e dopo aver schivato calci e pugni soltanto per imperizia dell’aggressore, l’insegnante dell’Itis parmense ha deciso non solo di non denunciare gli autori dell’assalto, premeditato dopo un richiamo per una lattina contro un’auto, ma pure di filosofeggiare sul Corriere: «Non considero un’aggressione quella nel video. Piuttosto considero il mio non denunciare un intervento educativo». A Valditara, contrario al giustificazionismo, il prof risponde: «Parole di una persona incompetente». Punizione tremenda per i maranza: niente scuola per un mese. Difficile immaginare un castigo più atroce per chi certamente arde d’amore per lo studio. Si lasciano fare e si assolvono coloro che, casualmente, tendono a essere «italiani di seconda generazione», mentre le istituzioni intonano campagne contro bullismo e violenza. Da stroncare, purché arrivino dai colpevoli giusti.
Sulla copertina del nuovo libro di Gad Saad, «Suicidal empathy» (Empatia suicida), una pecora regge il cartello «Liberate i lupi». Che siano solitari o in branco, anche da noi il lavoro procede: troppi pecoroni sciolgono i recinti, rimproverano gli agnelli, li accusano di «lupofobia» e chiamano integrazione il belato finale agonizzante dopo il morso.





