Papalini a ore
Su Il Tempo - 15/04/2026
Nelle fasi terminali delle culture politiche non resta una linea, non resta un principio: restano il riflesso condizionato contro il nemico (oggi Trump e, per comoda filiera, Meloni), il tic antigovernativo, l’antagonismo ridotto ad automatismo nervoso. È qui che si è acquartierata l’opposizione italiana: non una visione del mondo, ma una collezione di reazioni allergiche.
Il caso delle ultime ore è didattico, nel senso più malinconico del termine. Dopo la risposta isterica anti-Giorgia degli esponenti di sinistra alle parole di Trump sul Papa (come se il pontefice avesse bisogno della scorta dei vari Bonelli e Fratoianni), La Repubblica titola su Prevost: «La voce di Leone come atto politico contro la legge di The Donald», e nel sommario si arriva alla confessione involontaria: «Le parole del pontefice sono la sola arma di sfida all’impianto culturale e morale con cui la Casa Bianca promuove i conflitti». La sola arma. Un verbale di resa: non abbiamo più una voce, dunque confischiamo quella del Papa e la brandiamo contro l’avversario. E lo si fa torcendo a uso di bottega colui che aveva appena esplicitamente dichiarato di non voler parlare da politico, ma da uomo di Vangelo.
Il Papa va benissimo quando può essere arruolato in chiave anti-Trump: diventa oracolare non appena offre una frase spendibile contro il centrodestra. Ma la medesima Chiesa, come già con Bergoglio, cessa di essere fonte morale nell’istante esatto in cui parla di bioetica, famiglia, gender, eccetera: allora il pontefice ridiventa un residuo imbarazzante del passato, se non un invasore. Infallibile quando colpisce il nemico, medievale quando disturba la liturgia sedicente progressista. È il cherry picking della spesa ideologica: si prende il prodotto utile alla polemica del giorno (un pacchetto di pace, due etti di migranti, una manciata di poveri) e si lascia sullo scaffale la merce scottante.
Il campo largo sta col Papa, ma pure con Sanchez. E allora perché non chiede al Papa cosa pensi per esempio della Spagna che ha legalizzato l’eutanasia e ha visto sopprimere la venticinquenne Noelia Castillo Ramos? Chissà come mai, la sinistra si era ben guardata dallo schierarsi col Papa (o anche solo dall’ascoltarlo) quando il Papa era Ratzinger e metteva in guardia sui pericoli per l’Occidente e sulla violenza connessa a forme religiose. Lì il Papa non serviva alla causa. La smascherava.
Il caso Prevost arriva subito dopo quello tragicomico di Magyar, ungherese incompatibile col sedicente progressismo ma che per qualche ora era andato bene contro il nemico: bastava offrisse un virgolettato da strumentalizzare, seppellendo tutto il resto. Lo stesso contorsionismo si ritrova in politica estera, nella difesa della donna e nella denuncia del patriarcato (si scordano sempre i violenti che sono migranti e i patriarcali che sono esotici), nella separazione delle carriere dei magistrati (che stava nel programma del centrosinistra ma è diventata fascismo quando l’ha proposta il centrodestra) e in troppe altre occasioni.
L’opposizione non sembra agire in base a ciò che è o a ciò in cui crede, ma in base a chi può colpire. Non ha una dottrina, ha un bersaglio. Non ha una gerarchia di valori, ma di occasioni. La sinistra oggi pare solo intenta a decidere a chi affittare per mezza giornata la propria coscienza. È una rapsodia stonata, una politica a noleggio in una rarefazione di idee. Non sapendo più cosa dire, spera che qualcun altro parli al posto suo. Che sia un papa o un pirla, poco cambia.




