Il razzismificio
Su Il Tempo - 02/06/2026
Esiste un’industria occidentale che non teme la concorrenza cinese: il razzismificio autoassolutorio permanente. Fabbrica razzismo percepito e autocertificato, in fiale da aprire appena un professore viene frustato con una fibbia, un’auto lanciata sulla folla, un coltello infilato nel corpo di un ragazzo bianco da un portatore di lama di altra etnia. Basta la parola: il colpito viene degradato a imputato, il colpitore scortato al seminario della comprensione.
A Parma, l’ultimo prodigio. Tre ragazzi vengono indagati d’ufficio per violenze e minacce aggravate ai docenti, malgrado la diversamente educativa non-denuncia degli insegnanti. Uno è filmato mentre prende a cinghiate un professore a terra. Ma ecco la controstoria redentrice evocata nell’esposto dei difensori di uno degli studenti «di seconda generazione»: ci sarebbe stato l’insulto razzista. Seguono problemi psicologici: la sacra sindone sociologica da adagiare sulla violenza, giacché chiamarla col suo nome e trattarla di conseguenza sarebbe indecente. Non occorre negare l’aggressione: basta trovare la colpa originaria in chi l’ha ricevuta.
Parma è solo un capitolo. Nel Regno Unito del sedicente progressismo terminale, Henry Nowak, diciottenne di Southampton, è stato accoltellato a morte da un sikh di famiglia indiana e ammanettato mentre moriva dopo la falsa accusa di razzismo da parte dell’aggressore (come se un insulto, fosse pure reale, potesse convertire un omicidio in giustizia sociale). L’offesa inesistente ha contato più del sangue grondante. Ora, dopo la condanna del sikh, la polizia si è scusata. Ora è tardi.
L’accusa di razzismo è una carta jolly del mazzo sociale. Da sola funziona bene, giocata con disagio e fragilità psicologica è imbattibile. L’aguzzino diventa perseguitato, il ferito provocatore, il morto infortunio narrativo. Analoga combinazione è stata messa sul tavolo dopo il non-attentato di Modena.
Poi c’è Kanye West. Ha disturbi mentali noti, ma a lui si possono chiudere frontiere e cancellare concerti, compreso quello di Reggio Emilia, per sparate verbali e artistiche tendenti al neonazismo, malgrado le scuse pubbliche. Il mondo civile, quando vuole, sa non commuoversi per il disturbo psichico. È curioso: la sofferenza mentale non basta a detergere frasi senza vittime (per quanto abiette) ascrivibili all’estrema destra, ma quando un atto tangibilissimo e sanguinario guasta la narrazione immigrazionista di sinistra, il «disagio» viene gettato nella mischia a smussare il coltello, addolcire la fibbia, vaporizzare la responsabilità di chi ha colpito, investito, ammazzato.
Il razzismo autocertificato come tana libera tutti funziona solo perché c’è chi lo permette. Certe istituzioni e certa stampa possono continuare a certificare che una parola può sospendere i fatti, trasformare i fendenti in sintomi e i morti in scenografia, oppure iniziare a ricordare l’alfabeto della realtà: chi picchia è un picchiatore, chi accoltella è un accoltellatore, chi attenta è un attentatore, e chi viene colpito non deve scusarsi per essere la vittima ideologicamente sbagliata. Deve essere difeso.
Su una maglia indossata in pubblico dal nero Kanye, tra i capi d’accusa della sua proscrizione, si leggeva «white lives matter». Anche le vite dei bianchi contano. E non è questione di pigmentazione della pelle, ma di civiltà. Per la religione del sedicente progressismo, però, non si può dire neppure questo. Bisogna tacere, subire, persino morire educatamente: non sia mai che si rischi di passare per razzisti.





