Ha stato Salvim
Su Il Tempo - 20/05/2026
Prendiamone atto: a Modena non è accaduto alcunché di speciale. Un signore ha falciato con l’auto chiunque gli capitasse a tiro, poi è sceso e ha tentato di perfezionare l’opera a coltellate, ma il fatto, per il giornalismo sedicente progressista, non sta nei corpi travolti, nei fendenti, negli arti perduti, bensì nel commento di Matteo Salvini. È bastato che il Capitano aprisse bocca perché i custodi della coscienza nazionale ritrovassero il loro conforto: la Bestia. Animale neroverde che abbaia ma non investe né accoltella, provvidenziale mostro da compagnia che consente di non pensare.
La Repubblica, che nell’edizione di ieri nomina Salvini appena 34 volte, apre con Altan: vicepremier in versione avvoltoio, osso tra gli artigli, didascalia «Tutto fa brodo». L’uomo che ha abbattuto i pedoni, le sue email anticristiane, il suo modus operandi, la sua genesi e quanto ancora meriterebbe almeno una riflessione vengono compressi in un riquadrino laterale, sotto la voce «deliri», dispensa delle frattaglie per il mangiacarogne Salvini. Bonini spiega che «Dello sciacallaggio politico e della spregiudicatezza Matteo Salvini ha fatto un format», mosso da «disperazione e ottusità». E Salim El Koudri? Nient’altro che italiano, italianissimo, utile accessorio narrativo. Feriti, amputazioni, morti scampati per un sospiro? Dettagli. L’unico problema, per la redazione unica del Bene, è la semantica leghista.
Gramellini, sul Corriere, fa ironia: «Salvini è uno statista, ho le prove», perché non avrebbe agito per «meri calcoli di bottega» né «surfando sull’onda della cronaca nera». La freccia colpisce il Capitano, mai l’abitudine delle anime belle a sterilizzare la cronaca appena minaccia di scalfire il catechismo immigrazionista. Si ride dove conviene. Sul resto si tace.
Loewenthal, su La Stampa (testata così umana da informarci che il non-attentatore sarebbe «coperto di lividi e tagli», poverino), stabilisce che «di certo in questa storia c’è soltanto una cosa»: El Koudri «è uno squilibrato», e «non c’entrano niente né il retroterra etnico o culturale e nemmeno il terrorismo». Magnifico: tutto risolto prima dell’analisi, archiviato prima dell’indagine, purificato prima che il sangue si asciughi. Non c’entra niente niente. L’unico elemento pertinente è «il teatrino politico della manipolazione». Cioè Salvini.
Poi, tornando su La Repubblica, Serra discetta su «Quanto è noioso il razzismo» e, stupendo per l’apparente candore, ammette che il buono-e-giusto «è ridotto ad augurarsi, a ogni crimine, che l’autore sia nostrano», «così si può tirare un sospiro di sollievo, tra amici» (perché in questo modo non giungono nuove munizioni a Salvini), e che bisognerebbe ricorrere a titoli come «Maschio giovane fa una strage», senza specificazioni: ossia esattamente ciò che quei giornali praticano già da tempo quando il delinquente non reca il timbro anagrafico desiderato.
Non è necessario condividere le posizioni del leader della Lega per capire il giochino: l’uso di Salvini come pentolaccia da bastonare bendati, come paravento dietro cui occultare domande che una società adulta dovrebbe porsi. Domande non razziste né fasciste: doverose. Il rifiuto sistematico di formularle, motivato dal terrore di offrire argomenti al nemico e di svelare falle e balle nella favola accogliona del sedicente progressismo, somiglia molto alla resa. O al collaborazionismo. Nel frattempo, i feriti e gli amputati di Modena retrocedono a comparse. E alla fine non è stato Salim. Ha stato Salvim.




