Essere la Repubblica
Su Il Tempo - 06/06/2026
Quanto è diventata generosa, la sinistra egemone e portinaia delle ricorrenze nazionali che spiega alla destra come si fa la destra: non governare, non ricordare, non raccontarsi, non avere idee, ma presentarsi al cancello della Repubblica col fez in grembo, la mascella non volitiva, il braccio floscio, la mano chiusa a pugno e dal pugno chiuso una carezza nascerà, il certificato antifascista vidimato da chi sull’antifascismo senza più fascismo campa da decenni. L’ultimo catechismo arriva su La Stampa a firma di un nome letto per anni dall’altra parte della barricata: «La destra al bivio, riconciliarsi con la Repubblica». Traduzione: diventare la cugina scema e presentabile della sinistra. Ammessa sul palco o in terrazza, purché non fiati e non porti roba sua.
Il 2 giugno al Quirinale, con liturgia inclusiva di sé stessa, è stato perfetto nel mostrare ai reprobi reazionari lo «scomodo specchio» della propria estraneità, come se la Repubblica fosse un salotto ereditato da una parte sola, non una casa pagata da tutti. Scorrono madri costituenti, stragi, terrorismo, Covid, migranti d’ordinanza. La destra compare solo come fondale nero, caricatura, macchia utile a far risaltare il candido rossore dei custodi. Se qualcuno nota che un governo di destra esiste e che la prima presidente del Consiglio donna si chiama Giorgia Meloni e nell’epopea retorica delle donne in politica è stata ignorata, ecco il sorrisetto e l’articolo irridente: rozzi, permalosi. Gradirebbero perfino una nota a margine della Repubblica che governano.
Per essere un regime autoritario, questa destra ha una vocazione commovente per l’irrilevanza simbolica. Dicono TeleMeloni, e Meloni non perviene. Dicono occupazione manu militari, e l’immaginario resta appaltato ai notai del Bene, agli attori civili, alle omelie che confondono 25 aprile, 2 giugno, Primo maggio, Festa de l’Unità, tutto. Meloni potrà passare ogni data comandata a maledire il fascismo e la dittatura mussoliniana, ma rimarrà fascista per un’egemonia che ha bisogno del fascismo come i predicatori del diavolo: assente, ma remunerativo. Una perfetta trappola per bestie nere.
L’aspetto più tragicomico è che a pretendere di dare lezioni di democrazia sono gli stessi che amministrano censura e cancellazione: chi distribuisce patenti di liberalismo e di agibilità e spiega la libertà chiede e ottiene teste, anche tra i propri, se persino un Erri De Luca o un De Gregori pronuncia mezza sillaba non allineata all’ortodossia.
La Repubblica (non il giornale, quell’altra) non ha bisogno di una destra penitente, ma di governanti, politici ed eventuali intellettuali che smettano di mendicare il perdono culturale di chi si crede padrone delle chiavi. A quelli che offrono un posto sulla terrazza purché si arrivi docili, ripuliti, travestiti da ospiti tollerabili, si voltano i tacchi e li si lascia alle loro feste. E magari si cominciano a tagliare i finanziamenti. Poiché la Repubblica sono loro, non avranno difficoltà a pagarsi da soli almeno il buffet.



